Molte persone hanno, almeno una volta, avuto la sensazione che il proprio smartphone li stesse ascoltando. Dopo una conversazione con amici su un prodotto, ecco che quest’ultimo appare in una pubblicità su Instagram o Facebook.
E la domanda sorge spontanea, se si tratti solo di una coincidenza o se ci sia qualcosa di più.
Ma proviamo a fare chiarezza su questo punto, rispondendo ai principali dubbi che gli utenti si pongono su questo scottante tema.
Indice degli argomenti
No, il microfono del nostro smartphone non ci ascolta
Agatha Christie diceva: “Gli indizi sono come le briciole di pane, ti guidano verso la verità”, quindi, questa sensazione, che accomuna molto persone, sembra suggerirci che, nella nostra tasca, abbiamo una spia usata dai giganti del web per catturare i nostri interessi.
Tuttavia, secondo moltissimi ricercatori e analisti, non esistono prove di un ascolto massiccio delle nostre conversazioni, in particolare effettuato dai giganti del Web, motori di ricerca e social network.
Possiamo stare tranquilli, quindi, ma fino a un certo punto.
L’ascolto massiccio delle nostre conversazioni tramite il microfono è escluso, ma ci sono stati casi problematici e limitati in cui il microfono è stato effettivamente utilizzato per fini di marketing a insaputa degli utenti.
Il caso Cmg
Nel 2023 si è scoperto che una società di marketing, Cmg, ha registrato l’audio dal microfono del cellulare proprio per fini di marketing, grazie all’integrazione con alcune piccole app (soprattutto giochi).
Anche questa situazione ha visto però coinvolto solo un numero di utenti limitato. Dunque, possiamo continuare ad affermare che non esistono prove di un ascolto massiccio delle nostre conversazioni tramite il cellulare.
Il ruolo degli gli algoritmi di profilazione a fini di marketing
Gli algoritmi di profilazione a fini di marketing analizzano un numero enorme di azioni che compiamo sullo smartphone, alcune esplicite, come un like a una foto, altre implicite, come il soffermarsi su una foto mentre si scrolla il feed di Instagram, anche per pochi decimi di secondo.
Tutti questi dati incrociati e comparati da un algoritmo che ha accesso al comportamento di centinaia di milioni di utenti dicono su di noi molto di più di quello che si potrebbe capire captando con il microfono frammenti di conversazione durante una cena.
Dunque, il microfono non ci ascolta, ma gli algoritmi sanno su di noi molto più di quello che diciamo mentre parliamo.
Cosa dicono le Big tech sull’ascolto via microfono
Social network, motori di ricerca e più in generale tutte le Big tech hanno dovuto più volte rispondere a questo proposito.
In particolare, Google e Amazon hanno offerto risposte a proposito dei loro assistenti vocali (Google Assistant/Google Home ed Alexa). Nel 2018 Mark Zuckerberg ha testimoniato davanti al Congresso, escludendo categoricamente l’utilizzo del microfono dello smartphone per la profilazione a fini di marketing.
Allo stesso modo, Google e Amazon hanno escluso questo tipo di utilizzo.
Ovviamente le dichiarazioni delle società coinvolte possono essere messe in discussione: Zuckerberg in particolare è noto per la propria reticenza e in alcuni casi per avere fatto affermazioni pubbliche e poi averle in seguito smentite.
Il coinvolgimento delle Big tech è stato però anche smentito da ricercatori indipendenti.
Le ricerche indipendenti
In letteratura scientifica esistono varie ricerche indipendenti che non hanno trovato prove a supporto di questo utilizzo del microfono.
Tra tutte segnalo la ricerca di David Choffnes della Northeastern University.
Il motivo più semplice per cui le Big tech non usano il microfono per ascoltare i nostri interessi: non hanno bisogno di questo tipo di analisi per capire cosa potrebbe interessarci. Ecco perché.
Il ruolo dell’AI e delle scienze cognitive
Non esistono prove di utilizzo del microfono da parte dei social network come Facebook e Instagram e delle altre Big tech. Tuttavia ci sono casi isolati in cui aziende meno conosciute hanno utilizzato il microfono a fini pubblicitari.
Il numero di persone coinvolte da questi utilizzi fraudolenti è molto più ridotto rispetto al numero di persone che potrebbero essere toccate, se tale comportamento fosse stato messo in atto dalle Big tech.
Il bias cognitivo ci fa invece temere di essere stati ascoltati a cena. Ma elaborare milioni se non miliardi di ore di registrazione audio per fini di marketing non è tecnologicamente così facile (e nemmeno economico).
I software di analisi dei dati
Dal punto di vista del software di analisi dati è molto più semplice pensare che per un algoritmo è più semplice incrociare delle azioni, magari nemmeno compiute dallo stesso utente, ma da qualcun altro che usa la stessa rete wifi, per esempio.
Se parliamo a cena di uno scooter elettrico e poi te lo ritroviamo in una pubblicità, non vuol dire che il microfono ci abbia ascoltato.
È molto più facile che un altro membro della propria famiglia abbia ricercato informazioni sugli scooter elettrici usando la stessa rete wifi. O che magari il proprio figlio si sia fermato alcune volte davanti alla vetrina di un rivenditore di questi scooter.
La pubblicità dello scooter elettrico che abbiamo visto potrebbe essere stata selezionata da un algoritmo in base a queste azioni collegate, che non abbiamo nemmeno svolto noi, ma un altro membro della nostra famiglia.
Come se non bastasse, l’algoritmo potrebbe avere scelto di mostrare proprio a noi la pubblicità di uno scooter associando altri interessi, non direttamente legati allo scooter stesso: confrontando il comportamento di un milione di persone è possibile infatti associare l’interesse verso l’abbigliamento sportivo e la birra con l’intenzione di comprare un nuovo scooter.
Sono associazioni apparentemente strane, ma ci sono dei motivi.
Come avviene la profilazione degli interessi sul cellulare
Le società che si occupano di advertising online utilizzano alcune informazioni che noi siamo consapevoli di avere condiviso, come le ricerche effettuate su Google o i like che mettiamo sui social media.
Queste azioni che condividiamo sono un’espressione esplicita dei nostri interessi. Ma le Big tech sono in grado di integrare anche altri dati che noi condividiamo molto spesso senza saperlo, in modo implicito.
Per esempio, la nostra posizione viene registrata in background dai social network e da tante altre app, e può essere usata per dedurre informazioni di marketing.
Se molto spesso viene registrata la nostra presenza in un aeroporto o in una stazione, possiamo facilmente essere catalogati come viaggiatori. Allo stesso modo, se con una certa frequenza, viene individuata la nostra presenza in un negozio di prodotti skincare possiamo essere associati a questa categoria merceologica.
L’incrocio dei dati
Il nostro comportamento non è l’unica informazione che le piattaforme tecnologiche hanno a disposizione. Il network e la community permettono di confrontare il nostro comportamento con quello di altri milioni di persone, per scoprire interessi che non abbiamo condiviso in modo esplicito né implicito (per esempio attraverso la nostra presenza in luoghi collegati a un prodotto).
Per esempio e in teoria, la nostra presenza in libreria, insieme a visite frequenti in locali dove si vende birra artigianale può accostare il nostro profilo a quello di un acquirente di sex toys e quindi mostrarci questo tipo di pubblicità.
Confrontare in tempo reale il comportamento di centinaia di milioni di persone, permette agli algoritmi, che gestiscono la pubblicità online, di individuare il nostro possibile profilo. L’algoritmo può così arrivare a conoscere i nostri interessi meglio di come noi stessi ci illudiamo di conoscerci.
I dati effettivamente raccolti sullo smartphone
Alcune azioni, utilizzate per mostrare pubblicità online collegata ai nostri interessi, sono quelle che conosciamo, come effettuare una ricerca oppure mettere like a una foto.
Ma ci sono mille altre briciole di informazioni che condividiamo continuamente, anche senza renderci conto non solo la nostra posizione, ma anche altri dati.
Mentre scrolliamo le foto su Instagram e il nostro dito rallenta e indugia, per qualche decimo di secondo, su una certa foto: stiamo compiendo un’azione che verrà utilizzata ai fini di marketing.
Anche i video che guardiamo su Youtube sul televisore, collegato alla stessa rete wifi cui è connesso il nostro smartphone, sono associati a noi. Ogni attività che svolgiamo nel mondo reale e online viene in un qualche modo registrata ed elaborata.
Apofenia: perché abbiamo l’impressione che il cellulare ci ascolti
L’impressione che il nostro smartphone ci stia ascoltando è un esempio di apofenia, un fenomeno cognitivo per cui tendiamo a vedere connessioni causali dove esistono solo coincidenze.
Nelle scienze cognitive questo meccanismo che porta il nostro cervello ad avere dei sospetti, facendoci concentrare però sulla causa sbagliata si chiama appunto apofenia e ci porta a scambiare una coincidenza con una causa.
La conversazione a cena non si collega in alcun modo alla pubblicità che vediamo online. Ma è una coincidenza (non casuale!) con le ricerche effettuate da un device collegato alla wifi di casa dalla moglie o dal figlio. Ecco la controprova.
Su YouTube succede spesso di vedere pubblicità di prodotti destinati a un pubblico femminile, come creme o assorbenti. Questo non significa che abbia mai parlato di questi argomenti, ma semplicemente che altre persone che condividono i miei stessi dispositivi o la mia connessione wifi, nutrono interessi diversi dai miei e hanno effettuato attività correlate a questi prodotti.
Gli annunci poi sono stati selezionati per me in modo errato da un algoritmo, perché gli algoritmi non sono infallibili.
Ci ricordiamo se vediamo una pubblicità correlata a un discorso che abbiamo avuto a cena. Ma non notiamo mille altre pubblicità che sono sbagliate per noi, non corrispondono ai nostri interessi, ma sono state selezionate per noi da un algoritmo in modo errato. Questo è un altro aspetto dell’apofenia.
Ci accorgiamo di alcune prove che sembrano spiegare un fenomeno, ma scartiamo altre prove che invece confutano la nostra ipotesi.
Come verificare che il microfono non venga utilizzato
Proteggere la nostra privacy al 100% è quasi impossibile. Ma conoscere i meccanismi della profilazione online ci permette di essere più consapevoli e ridurre al minimo l’esposizione ai rischi con alcune semplici azioni che tutti possiamo compiere.
Innanzitutto, occorre controllare quali app hanno accesso al microfono e rimuovere tale possibilità per quelle che non dovrebbero effettivamente averne bisogno (come i giochi).
Sia su Android che su iOs, ciò è possibile nel menu Impostazioni/Privacy/Microfono.
Una volta effettuata questa verifica, è bene controllare quali app possono essere attive in background ovvero quali app possono attivarsi anche senza essere viste sullo schermo.
Per Android è necessario controllare questa impostazione app per app, nel menu Impostazioni/App/Seleziona ogni app manualmente/Batteria e attività in background.
Su iOs basta accedere al menu Impostazioni/Generali/Aggiorna app in background.
L’assistente vocale
Quello degli assistenti vocali è un caso più complesso. Infatti, se su sugli smartphone iOs e Android è possibile attivare l’assistente pronunciando una frase (“Ehy Google” o “Ehy Siri”), non dobbiamo dimenticare i dispositivi che molto spesso abbiamo a casa con un microfono sempre attivo.
L’uso di tali dispositivi non si esclude possa essere pericoloso, ma non perché le società che li forniscono (come Amazon Alexa) ascoltino tutte le nostre conversazioni per fini di marketing, ma perché non si può escludere che qualche malintenzionato possa inserirsi nel dispositivo che si trova nel nostro salotto e “prenderne possesso”.
Tale rischio è raro ma non impossibile. Esiste una possibilità remota che un malintenzionato introduca un software nel nostro assistente vocale in salotto. Ciascuno di noi deve scegliere se preferisce l’aiuto offerto dall’assistente vocale o la volontà di tenere assolutamente private le conversazioni in salotto.
Indicatori d’uso del microfono nella dashboard del cellulare
Da ormai diversi anni i cellulari hanno un indicatore che si accende quando un’app sta usando il microfono.
Questa spia è molto utile, se si accende quando non dovrebbe (per esempio mentre stiamo navigando sul web), vuol dire che è il caso di prestare attenzione, andando a controllare quali app hanno accesso al microfono.
Software spia installati sul cellulare
C’è una differenza notevole tra ascoltare le conversazioni a fini di marketing e spiare (o controllare) una persona.
Spiare attraverso uno smartphone è possibile, come tanti fatti di cronaca ci hanno raccontato.
Ma i software spia introdotti su un telefono non si limitano a usare il microfono (anzi spesso non lo usano nemmeno). E soprattutto cercano di catturare quello che scriviamo con la tastiera e magari quello che si visualizza a schermo.
Controllare in modo fraudolento tastiera e display del nostro smartphone richiede un accesso più in profondità alle funzionalità del sistema operativo. Si può trattare di un zero day exploit ovvero un bug non ancora noto che permette di accedere a questi strumenti.
I software spia esistono e li usano agenzie di sicurezza pubbliche e forze dell’ordine, ma anche gruppi criminali privati. Ma non hanno nulla in comune con la raccolta dei dati a fini di marketing.
Il sistema operativo per smartphone più sicuro
Android nasce come un sistema operativo per smartphone parzialmente aperto, con buona parte del codice sorgente disponibile e scaricabile.
In linea di principio, dunque, questo codice sorgente è disponibile per essere analizzato e attaccato.
Ma vuole anche dire che programmatori e analisti di sicurezza indipendenti hanno accesso al codice e possono controllare eventuali punti deboli e segnalare le vulnerabilità.
Allo stesso tempo, il sistema operativo Apple iOS è chiuso e il suo codice sorgente non è accessibile, al contrario di Android. Dunque è più difficile trovare eventuali punti di debolezza, ma, una volta trovati, è anche difficile scoprirli per la community interessata alla sicurezza.
Nel 2025 Android e iOs presentano un livello di sicurezza alto, pur con le dovute differenze.
Non c’è alcun bisogno di temere di essere ascoltati, in ogni caso, dobbiamo tenere presente che l’intero concetto di privacy è evoluto: gli algoritmi sanno virtualmente tutto di noi e non ha senso più pensare che sia possibile tenere nascosti i nostri interessi a chi si occupa di pubblicità online.
D’altra parte, è possibile limitare gli usi più fraudolenti, che comunque sono rari. Basta seguire alcuni consigli che abbiamo indicato in questo articolo ed effettuare un checkup privacy al proprio smartphone.